Moskitoo

Mitosis

12k1077

REVIEW: ONDAROCK (IT)

VISIT Moskitoo è lo pseudonimo dietro il quale si cela la poliedrica avventura artistica di Sanae Yamasaki, artista giapponese attiva da qualche anno anche nel mondo della performance art. Il suo ancor breve percorso discografico è dal 2007 legato al nome della 12k di Taylor Deupree, etichetta che sta vivendo un periodo di forma splendida in cui ha licenziato una serie di uscite sopraffine (dal capolavoro “Faint” del suo titolare alle collaborazioni di quest'ultimo con Seaworthy e Sakamoto, passando per l'ultimo Marsen Jules e il recente gioiello a firma Illuha). Un marchio, insomma, che ha scritto e continua a scrivere la storia dell'elettronica sperimentale, votatosi ultimamente all'abbandono degli universi microsound in favore di una dedizione totale alla materia ambientale.

La prima creatura di Moskitoo risale all'ormai ben lontano 2007, anno in cui il caleidoscopio “Drape” aveva aperto una finestrella su un universo glitch delicato e propenso al pop, contaminato in maniera decisiva da quell'elettronica melodica e frammentata che tanto ha preso piede in Giappone. Se quel lavoro era stato lo spiraglio terreno, “Mitosis” è l'astrazione, il passaggio oltre, lo spioncino che si fa porta spalancata. Decisamente più coraggioso, meno accessibile e più quieto del suo predecessore, è un miscuglio in cui finiscono quel che resta delle disfuzioni passate – coerenti a quel processo che sta trasformando in sculture ambientali tutte o quasi le coordinate del glitch – granuli elettronici in incontro-scontro, filamenti acustici e le paradisiache vocals di Yamasaki, in un tutt'uno che continua a portare con sé gli echi più docili e delicati della tradizione sperimentale del Sol Levante.

Il carillon su vibrante base abstract di “Wonder Particle” apre le danze riadattando le retrovisioni pop del passato in un universo intangibile, seguito a ruota nella missione dal groviglio sognante a ritmi spezzati di “Mint Mitosis” dalle dolci neuro-ballad per arpa, metallofoni e spilli digitali di “Night Hike” e “Fragments Of Journey”. In tal senso, la sola e velocissima “Who Lives In The Skin Burn?” fa eccezione, rilanciandosi un'ultima volta nei ritmi sincopati e accomodanti di “Drake”.
Alcuni veloci acquerelli separano i corpi principali fra di loro, suggellando e sintetizzando al tempo stesso la ricerca sonora dell'album: la poetica campionata di “Trajectory”, le evanescenze astrali à-la-Anja Garbarek di “Taxonomy”, la divagazione pianistica di “Fungi” e le taglienti alterazioni di “Vulpecula” sono così le vette più ardue da scalare. Al contrario, laddove tempi e spazi si dilatano l'estetica lascia spazio alla natura poetica: accade nei rintocchi gracili di “Micro Porta”, nella dolce culla microsonora di “Fluctuations” e nelle field recordings deviate su binari ambientali della conclusiva “Astra”.

Con “Mitosis” l'arte di Moskitoo giunge a un nuovo importante traguardo, abbandonando definitivamente ogni forma d'umanità in un autentico processo di sublimazione. A sorprendere quanto e più di prima è l'alchimia perfetta che la giapponese riesce a creare fra ogni particella infinitesimale dei suoi suoni, facendo convivere con armonia germogli glitch ridotti in stato embrionale con strutture complesse e levigate. La cura del dettaglio, già evidente in passato, diventa qui caratteristica prima e irrinunciabile, quasi a voler seguire quello che negli anni è diventato il tratto somatico per eccellenza del catalogo 12k. Che nel frattempo, è doveroso sottolinearlo, continua a non sbagliare un colpo.
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